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Articolo del 08 Marzo 2013 - Redattore: A. M.

Don Ignazio Serra
Siamaggiore Lunedi 19 marzo 2012

Raimondo Bonu nasce il 3 dicembre 1890 in Ortueri da Nicola e Teresa Pinna. All'età di quasi 16 anni, essendo arcivescovo Salvatore Tolu, il 30 ottobre 1906, fa il suo ingresso nel Seminario di Oristano come alunno della quarta ginnasiale. Nell'agosto 1906 scrive ad Antonio: "Io sono contentissimo d'andare al seminario e continuerò questa via, se Dio lo vuole, in cui mi sono incamminato e sono certo che non arrossirai di tuo fratello, che t'invia mille saluti affettuosi". Negli studi si dimostra assai brillante, eccellendo soprattutto nelle materie umanistiche. Nel dicembre 1910 consegue la Licenza Ginnasiale governativa. Dal 1912 al 1916, sempre nel seminario Arborense, inizia il corso teologico. Il 19 settembre 1913: Prima Tonsura; 20 settembre 1914: Ostiariato e Lettorato; 3 aprile 1915: Accolitato ed Esorcistato; 27 dicembre 1915: Suddiaconato; 22 aprile 1916: Diaconato; 3 settembre 1916: Presbiterato. Allo stesso tempo insegna (francese, greco, matematica) ai seminaristi del ginnasio. Durante l'ultimo anno del corso teologico si ammala ed è costretto a rimandare la laurea in Teologia.

Il 3 settembre 1916, il Piovella gli impone le mani ordinandolo presbitero nella cattedrale arborense insieme ad altri due compagni. Il giorno successivo lascia il Seminario destinato viceparroco di Aritzo. Vi rimane poco più di tre anni, affiancando nel ministero il rettore settantacinquenne Giovanni Stefano Angioni. Il 24 settembre 1917, l'Angioni segna la partenza per Cagliari del suo viceparroco, dove, il 12 ottobre, consegue brillantemente la laurea presso il Collegio teologico. Il candidato viene presentato dal prof. P. Russo, mercedario. Presiede la Commissione l'Arcivescovo di Cagliari Francesco Rossi. La tesi, difesa in latino, ha per titolo De tempore et auctore Libri Tobiae, e “si riferisce a quel gioiello d'arte e di delicatezza umana che il protagonista, Tobia appunto, scrisse quasi certamente in aramaico”.

A distanza di poco più di tre anni dall'arrivo ad Aritzo, il 15 novembre 1919, quando deve ancora compiere 29 anni, viene nominato, dietro concorso, parroco di Gadoni dove rimane sino al 5 febbraio 1922. Succede al rettore Antonio Attus. Sarà proprio a Gadoni, in questo "paesello … posto a mezza costa d'una catena di montagne […] da l'aspetto d'uno di quegli antichi abitati barbaricini, segregati dai centri principali e viventi di vita propria", che comincerà a gustare il sapore della ricerca assidua, a scandagliare le fonti storiche e letterarie a sua disposizione e ad osservare usi e costumi del territorio, visitandone i siti archeologici più interessanti. Dopo ventisette mesi nel febbraio del 1922 lascia Gadoni per Tonara. La domenica pomeriggio 5 febbraio 1922, il Bonu, nel vigore dei suoi 31 anni, fa il suo ingresso a Tonara in qualità di rettore. Succede a Salvatore Pani da Silì, morto nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1921. La sorella Elisabetta sta con lui e lo assiste come perpetua. Nell'estate del 1933 il vescovo Delrio lo invia per una seconda volta in qualità di rettore a Gadoni dove arriva il primo agosto 1933.Vi resterà per quattordici anni, abitando nella nuova casa parrocchiale appena inaugurata. Nel 1947, mentre la sede arborense è vacante, il Vicario Generale Pietro Carta chiama Raimondo ad Oristano ad intraprendere l’attività didattica in Seminario.

Scrive Antonio Bonu nel suo diario: “Mio fratello Raimondo, dopo aver lasciato la parrocchia di Gadoni ed aver passato qualche giorno di riposo a Ortueri, oggi, 4 dicembre 1947, è andato ad Oristano e abita in Seminario per fare l'insegnante di lettere nel Ginnasio arcivescovile”. Si pone così termine, dopo trentuno anni, alla lunga fase dell’attività pastorale nella sua amata Barbagia e inizia quella di docente in seminario di materie letterarie e di storia, che si protrarrà sino al giugno 1970. Con grande sensibilità umana e sacerdotale condivide le gioie e i dolori dei suoi alunni, nelle circostanze felici e tristi della vita. Il 19 dicembre 1954 il Bonu riceve la nomina d’ispettore bibliografico onorario di sessantuno comuni gravitanti attorno ad Oristano. L’anno appresso, al concorso indetto per il canonicato vacante di Massama, risulta vincitore. Prende possesso del beneficio il 5 aprile 1956.

Nel contempo, avvalendosi della ricca biblioteca del seminario dell’Immacolata e dei documenti dell’archivio capitolare della cattedrale arborense, continua la sua attività di ricerca e di studio, pubblicando man mano i risultati delle sue indagini su diverse riviste sarde. L’aprile 1952 segna l’anno della pubblicazione dell’opera Scrittori Sardi dal 1746 al 1950 per la quale, oltre al buon successo di pubblico, incontrò anche quello della vendita. Ma è soprattutto sul quindicinale “Arborea” che, a partire dal 1952 e sino al 1957, inizia a stendere una serie di articoli in ordine alfabetico su ventiquattro paesi della diocesi (da Abbasanta sino a Ghilarza), frutto di “sette anni di intelligenti ricerche archeologiche, archivistiche, storiche, statistiche e linguistiche, utilizzando le più svariate fonti, spesso inedite”.

Nel 1961, dopo ben cinquant’anni di lavoro, è pronto il secondo volume Scrittori Sardi nati nel secolo XIX. Si tratta di una monumentale raccolta di ben 170 biografie di personaggi che resero illustre la nostra Isola nei vari campi del sapere umano. Tradotta in numeri significa ben 1050 pagine che rivelano l’improba fatica e la grande passione del Bonu per la sua Sardegna. Ricchissima la bibliografia, preziose le note, molte le notizie inedite. Siamo insomma dinanzi all’Opus maius del Bonu che, giustamente, ne ha ripagato le fatiche e ne ha esaltato i meriti di tutta una vita consacrata a Dio e alla ricerca culturale.

Nel settembre 1966, ricorre il cinquantesimo dell’ordinazione sacerdotale del Bonu. In tale occasione il Fraghì gli invia i suoi auguri. Tra le altre cose gli scrive: “E’ stata la sua una vita d’intensa attività, sia nell’esercizio del ministero parrocchiale ad Aritzo, Tonara e Gadoni, sia nel campo degli studi storici, coi quali ha dato lustro alla nostra Diocesi, sia nell’insegnamento nel nostro Seminario Diocesano, per cui tutta la diocesi Le è grata e Le esprime la sua ammirazione e la sua riconoscenza”. Da quell’anno, inoltre, cessa l’insegnamento pur restando nel seminario come confessore ordinario dei seminaristi. Nel maggio 1970 informa la nipote di voler ritornare ad Ortueri per concludere la sua giornata terrena. Il 30 marzo 1981 la sua ferrea salute comincia ad accusare dei problemi. Viene ricoverato ad Oristano per una settimana per poi far rientro ad Ortueri. La malattia lo ha prostrato ed egli capisce che ha ormai i giorni contati. Chiede e riceve i sacramenti dal nipote sacerdote don Nicola Cabiddu e si addormenta nel Signore pronunciando la giaculatoria: “Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace con voi l’anima mia”. E’ la sera del giorno 30. La notizia si diffonde per il paese e la diocesi, fino a varcare i confini della stessa Isola, suscitando profondo dolore per la perdita di un autentico sacerdote-parroco e cultore degli studi che ha saputo ben investire e trafficare i suoi talenti nell’accrescere e trasmettere il pane del Vangelo unitamente a quello della cultura. Il suo corpo, deposto affianco a quello del fratello Antonio, riposa in pace nel cimitero comunale di Ortueri, in attesa della resurrezione.

La spiritualità del Bonu affonda le sue radici in famiglia, dove, grazie all’esempio cristiano trasmessogli dal papà Nicolò e dalla mamma Teresa, per i quali nutriva una “venerazione particolarissima”, Raimondo scopre con gradualità il senso della vita e s’interroga sulla sua vocazione, sostenuto in questa ricerca dal fratello sacerdote Antonio. In questo dialogo incontra Cristo che gli si svela e lo invita alla sua sequela nel sacerdozio.

All’età di 16 anni comunica ad Antonio di essere “contentissimo d'andare al seminario” e di voler continuare, se a Dio piacerà, per la via intrapresa. Con serietà d’intenti e tenace impegno trascorre dieci anni della sua vita nel seminario di Oristano (1906 – 1916), dedito alla sua formazione umana, culturale e spirituale. Tale percorso, all’inizio del secolo, era vissuto nell’accettazione e assimilazione, da parte dei seminaristi, di quanto i loro superiori ritenevano necessario venisse trasmesso e osservato. Si era, infatti, in un’epoca nella quale la Chiesa costituiva un’organizzazione fortemente centralizzata e, pertanto, alla periferia non si richiedeva alcuna innovazione, ma la semplice ripetizione ed applicazione delle direttive impartite da Roma e dai documenti pontifici.

Dal 1904 sino al 1947, il rettore del seminario arborense è il can. Pietro Carta di Belvì, dottore in Teologia e in diritto Canonico, il quale perfezionò i suoi studi come alunno del Pontificio Seminario Romano. Sempre in quel periodo, anche altri due docenti ivi presenti avevano concluso gli studi a Roma: si tratta del can. Giuseppe Littarru (compagno di studi e amico di Giovanni XXIII) e del can. Bernardino Devilla. Il seminario arborense aveva dunque un’impronta spiccatamente romana, tant’è che lo stesso vescovo Ernesto M. Piovella, nella sua Lettera Pastorale del 1914, se ne compiace: “Noi siamo santamente orgogliosi nel pensare quanti buoni sacerdoti darà all’Arcidiocesi un seminario retto coi santi criteri di San Carlo, attinti dai superiori nel seminario stesso romano, che si gloria di aver avuto un’impronta, ancor oggi così marcata, da quel gran santo”. E in effetti i giovani seminaristi di Oristano erano guidati alla conoscenza e all’esperienza personale del Signore, così da plasmare in loro autentici pastori che nelle loro persone e nelle loro attività avrebbero agito come ministri e dispensatori dei misteri di Dio.

Nell’ambito della formazione spirituale, un compito di primaria importanza riveste l’educazione alla preghiera, specialmente come elemento di progressiva scoperta del mistero della vocazione sacerdotale. Per alimentare nei seminaristi quest’intimità col Signore, così da aiutarli a credere, sperare e amare, il rettore Carta nel 1908 dà alle stampe Il libretto delle orazioni. Mediante la preghiera e la partecipazione quotidiana alla celebrazione eucaristica, gli aspiranti sacerdoti trovano il sostegno necessario per coltivare i grandi ideali della loro vocazione, la forza d’animo per il lavoro apostolico che li attende e il nutrimento per la vita spirituale. Il contenuto dell’agile sussidio, predisposto dal rettore Carta, comprende le orazioni che scandiscono la giornata e che accompagnano e seguono la celebrazione eucaristica; la pratica quotidiana di carità secondo il metodo di Sant’Alfonso de’ Liguori; il rosario e le altre formule della tradizione, adeguate alle diverse circostanze. Inserito in questo ambiente, il giovane seminarista Raimondo scopre la preghiera come fonte di luce per la sua anima. La sua fede si irrobustisce e lo aiuta a vivere nell’amore, conformando la sua volontà a quella di Dio. Diviene così un sacerdote pieno di zelo pastorale nel servire il Signore e nel donarsi ai fratelli.

Il confratello Isidoro Marongiu, confessore del Bonu negli ultimi due anni di vita, così sintetizza il suo spirito di orazione: “Nutriva la mente con lo studio assiduo e preciso fino alla pignoleria e nutriva il cuore con la preghiera e la chiarezza e saldezza dei princìpi cristiani”. Grazie all’autorevolezza dell’équipe del Seminario e al suo zelante pastore Piovella, il quale ”teneva molto ai suoi seminaristi, si recava spesso a trovarli (...) per stimolare il loro studio, per infondere fiducia e speranza nella loro vocazione”, Raimondo comprende sempre più che la strada intrapresa è quella giusta. Sente il dono della chiamata e s’incammina con ferma decisione verso il sacerdozio. Egli stesso racconta come maturasse in lui il desiderio di consacrarsi al Signore spendendosi per i suoi fratelli: “Al compimento del ginnasio e del liceo classico decisi di essere sacerdote per vivere accanto al popolo e fare di lui oggetto di assistenza...”, e in un altro passo continua, asserendo di sentire sin dagli anni del seminario “un’intensa attrazione di servire il popolo in qualche parrocchia barbaricina”.

Le quattro espressioni “accanto al popolo”, “servire il popolo”, “assistenza (del popolo)” e “parrocchia barbaricina” rivelano la nobiltà della sua vocazione e, allo stesso tempo, manifestano lo spessore della sua spiritualità.

Il Bonu si sente, infatti, parte viva e integrante del popolo di Dio e desidera intraprendere con esso un cammino di condivisione nella maturazione della fede. Pertanto egli si prepara ad entrare nella storia delle sue future comunità attraverso la chiave della cultura e del vangelo. Una volta raggiuntale, ne scopre e apprezza i valori, ma ne tocca anche con mano gli aspetti limitanti. Senza vantarsi dei primi e spaventarsi di questi ultimi, egli con decisione vi s’immerge per trentuno anni servendo e assistendo con fedeltà i fratelli e le sorelle a cui la Chiesa lo ha inviato come pastore. Il suo era di certo uno stare con quanti non avrebbero potuto restituire l’invito a pranzo (Lc 14, 13-14), ma sicuramente potevano condividere la propria umanità con quel sacerdote che stava in mezzo a loro e si donava senza riserve, unicamente per amore di Dio riconosciuto presente in tutti. Il Bonu ripropone in tal modo lo stile del Maestro che veste il grembiule (Gv 13, 5) e fa sue le parole del Signore “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita ” (Mt 20,28).

E ancora, come non riconoscere in lui quell’attenzione che lo aiuta a scorgere le necessità e le sofferenze dei fratelli per sanarle col balsamo della carità? Così ad Aritzo, Tonara e Gadoni egli consola gli afflitti, aiuta i poveri, consiglia i dubbiosi come un padre provvido che ama e ha a cuore il bene dei suoi figli.

Infine, appare fin troppo evidente come il Bonu nella scelta della destinazione non cerchi onori o tornaconti personali. Ieri più di oggi, esercitare il ministero in “qualche parrocchia barbaricina”, significava condividere le “condizioni di forte disagio” di natura economica di quelle popolazioni (isolamento, povertà, emigrazione, mancanza di spazi culturali, violenza, etc.) e far fronte alle non poche difficoltà in campo pastorale (ignoranza religiosa, locali parrocchiali inadeguati e in rovina, gran mole di lavoro). Il Bonu, pur conoscendo in anticipo a cosa va incontro, sceglie liberamente di abbracciare questa realtà e, nel 1924, declina l’invito rivoltogli dal rettore Pietro Carta d’insegnare materie letterarie in seminario, dando prova di amore per gli ultimi, per le realtà piccole e nascoste. Si è, senza ombra di dubbio, nella linea evangelica della scelta di ciò che agli occhi degli uomini appare di poco conto e, invece, agli occhi di Dio acquista valore e peso (1Cor 1, 27-29). Egli, infatti, sin dagli anni del seminario aveva preso “ad apprezzare ogni granellino di sabbia, elemento infinitesimo sì, ma partecipe a costruire un lontanissimo, più sereno avvenire”. “Feci sempre miei la gioia e il dolore degli alunni...” L’aspirazione di tutta la sua vita è stata quella di portare a compimento una missione di bene: dapprima nell’ambito strettamente pastorale e poi come docente in seminario e appassionato studioso di storia e letteratura sarda. Chi lo ha conosciuto di persona e gli è stato accanto ha potuto riscontrare in lui “una dimensione che riduce a unità le sue molteplici esperienze nei vari campi: la dimensione dell’amore. L’amore a Dio, l’amore al prossimo”. Nell’amore troviamo la sorgente della sua spiritualità, “l’esempio indimenticabile di virtù sacerdotali” lasciate al popolo che lo ha avuto come pastore, ai suoi confratelli e ai seminaristi, per i quali è stato un autentico maestro di vita per il suo vivo “desiderio di servire e di rendersi utile” e perché, prendendo in prestito le sue stesse parole, “feci sempre miei la gioia e il dolore degli alunni, nelle circostanze delle loro liete o meste vicende”. Mentre li formava culturalmente, li sosteneva di pari passo con la preghiera nel loro cammino vocazionale. Così, nel 1960, rispondeva agli auguri natalizi formulatigli da quattro suoi alunni del convento di San Francesco di Oristano, due dei quali oggi sono vescovi: “Vi ringrazio e vi ricambio gli auguri, assicurando la preghiera per la vostra vocazione, per i vostri ideali religiosi, per la bontà cristiana. Avete nell’ordine grandi luminari da imitare, da San Francesco d’Assisi ai vostri e nostri eroi contemporanei. Sono fra questi il vescovo padre Sotgiu e il buono, umile dipendente padre Dau, miei carissimi e indimenticabili compagni di Teologia.

Avete scelto la “parte migliore”, conservatela, accrescetela, ornatela con prudenti virtù. Ossequiate i vostri Superiori”.

Spirito di obbedienza. Faceva, inoltre, parte integrante del suo sacerdozio la continua comunione e obbedienza al Romano Pontefice e ai vescovi succedutisi nella cattedra arborense. Circa il suo rapporto con questi ultimi, il compagno di studi e confratello Giovanni Maria Cossu parla di “pronta obbedienza ai superiori”. Lungo tutta la sua vita, il Bonu si sforzò non solo di adempiere alle direttive pastorali dei vescovi arborensi, ma di soddisfarne anche gli ulteriori desideri, come ad esempio quello manifestatogli dal vescovo Piovella, poco prima dell’ordinazione, di portare a termine gli studi laureandosi in Teologia. Così pure assolse agli incarichi in campo culturale, sia in qualità di docente presso il seminario, sia dando alla luce importanti pubblicazioni commissionategli dal vescovo Fraghì.

Nei tre anni in cui fu viceparroco ad Aritzo, si adoperò nel santificare la porzione di gregge del Signore affidatagli, coadiuvando in tutto il rettore Angioni e mettendo in pratica le indicazioni pastorali del vescovo Piovella a vantaggio delle famiglie dei soldati per consolarle e alleviare, per quanto era possibile, le tristezze e le angosce causate dalla ferocia della prima guerra mondiale. Sempre in spirito di obbedienza accettò per due volte la parrocchia di Gadoni che resse per più di tre lustri. Negli undici anni in cui svolse il ministero a Tonara dimostrò maturità umana e zelo sacerdotale. Fece sua, inoltre, la missione affidatagli dal vescovo Delrio di condurre a termine il necessario e improrogabile restauro della parrocchiale. Fu lo stesso Delrio ad incaricarlo del delicato compito di sostenere con carità fraterna un confratello che stava attraversando un momento di difficoltà nel sacerdozio. Conclusa l’esperienza pastorale in Barbagia, giunge in seminario nel 1947 e qui si adopera, secondo il volere del vescovo Fraghì, nell’insegnamento a vantaggio dei seminaristi (17 ore settimanali nei primi tempi), nel presentare ogni sabato un articolo per il settimanale diocesano “Vita Nostra” e nella produzione di pubblicazioni che dessero lustro alla diocesi. Esse nascevano da un profondo senso di riconoscenza verso quella Chiesa che lo aveva generato alla fede e consacrato con l’unzione sacerdotale. Tra le opere vanno ricordate: Serie cronologica degli Arcivescovi di Oristano e Oristano nel suo Duomo e nelle sue Chiese. Per la prima, commissionata dal Fraghì, lo stesso arcivescovo scrive nella prefazione: “L’autore ha meditato e scritto”, quasi a significare che la pubblicazione è frutto inscindibile della ricerca dello studioso e della preghiera del sacerdote; nella seconda, edita in occasione del XXV di ordinazione episcopale del Fraghì, troviamo la seguente dedica: “Clero Laicato Fedeli arborensi offrono questa pubblicazione che nella loro mente significa augurio stima ringraziamento voce di devota preghiera titolo di venerato omaggio” nei confronti del Pastore arborense. Da quanto si è detto appare evidente come lungo tutta la sua vita il Bonu abbia sempre lavorato efficacemente all’edificazione del corpo di Cristo (Ef 4,12) con la penna e l’apostolato, dando prova di filiale rispetto e obbedienza ai sei Pastori che conobbe e dai quali fu conosciuto, nella consapevolezza che l’oblazione al progetto di Dio si compie attraverso la comunione col proprio vescovo. Ne sono riprova gli attestati dei presuli arborensi Delrio, Fraghì e Spanedda che testimoniano gratitudine e stima per il sacerdote e lo studioso. Il vescovo Fraghì, in occasione del cinquantesimo dell’ordinazione sacerdotale del Bonu, così gli scrive: “E’ stata la sua una vita di intensa attività, sia nell’esercizio del ministero parrocchiale ad Aritzo, Tonara e Gadoni, sia nel campo degli studi storici, coi quali ha dato lustro alla nostra Diocesi, sia nell’insegnamento nel nostro Seminario Diocesano, per cui tutta la diocesi Le è grata e Le esprime la sua ammirazione e la sua riconoscenza”. Infine, lo Spanedda per il novantesimo anniversario del Bonu, nel dicembre 1980, gli indirizza le seguenti parole: “Mi è particolarmente gradito in questa occasione esprimerLe la riconoscenza della nostra Archidiocesi e mia personale per il degno servizio sacerdotale che Ella ha reso per tanti anni alla nostra chiesa locale e per il lustro che ad essa ha dato con la sua infaticabile opera di insigne studioso delle vicende religiose e civili della nostra isola”.

“Più che merito mio, è dono di Dio”. Consapevole dell’inutilità del servo (Lc 17,10), il vero ministro di Cristo lavora con umiltà, cercando di conoscere ciò che è gradito a Dio e sforzandosi in ogni occasione di compiere la volontà di colui che lo ha scelto e inviato (Rm 12,1-2). Il confratello Cossu, parlando della virtù dell’umiltà presente nel Bonu, così si esprime: “Alla passione per la cultura univa una straordinaria semplicità del vivere e dell’agire, una pudica umiltà che era diventata la sua carta d’identità”. E il suo confessore, il Marongiu, da parte sua, annota come il Bonu era “pronto sempre a rivolgere complimenti agli altri, ne era schivo quando i complimenti venivano rivolti, da altri, al suo indirizzo. Allora si scherniva, con un simpatico: Non so perché! Che stava a significare: Più che mio merito, è dono di Dio”.

Quanto ai titoli – osserva sempre il Marongiu – “a quello di ‘Dottore’ teneva in primo luogo e, forse, esclusivamente. “Questo – diceva – me lo sono guadagnato con il mio sudore, gli altri, invece, non posso dire con certezza di averli meritati”. Inoltre, il Bonu, quando deve definire le sue pubblicazioni, fa uso di un vocabolario improntato alla più schietta umiltà e dal sapore decisamente evangelico. Ecco, infatti, i termini più ricorrenti: “modeste ricerche”, “modesto lavoro”, “miei piccoli studi”, “umile fatica”, ”piccoli scritti”, “titolo di bontà alla famiglia umana”, “atto di carità anche verso la cultura”, “opera utile ai miei conterranei”. Infine, presentando una “piccola autobiografia” nell’opera Scrittori Sardi nati nel XIX secolo, che gli ha dato celebrità, così si esprime: “Mi sia consentito parlare in prima persona e dare alcune notizie sulla mia vita (non troppo interessante, peraltro), sia sulla mia piccola opera, svolta per più di 45 anni in mezzo agli studenti e al popolo, e anche in compagnia di vari libri, soprattutto di argomento sardo”. Piccoli elementi che manifestano in lui un desiderio di conformazione al suo unico Maestro “mite e umile di cuore” (Mt 11,29).

Spiritualità mariana. Un altro aspetto della sua spiritualità era dato dal filiale rapporto con Maria, inculcato sin dagli anni del seminario e particolarmente raccomandato dai vescovi sardi nei Precetti e ammonimenti di vita sacerdotale del 1918, così da sperimentare la presenza e assistenza protettrice di colei che invia i suoi figli a Cristo esortandoli con le parole «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). Il Bonu non solo ha tessuto le lodi di Maria attraverso gli scritti, ma ha fatto anche tesoro del suo esempio nella propria vita spirituale, nell’esperienza della carità pastorale e nello stile del buon pastore. Attraverso la recita quotidiana del rosario, sin dagli anni del seminario, ha appreso a contemplare i principali eventi salvifici che si sono compiuti in Cristo, così da scoprire il modo in cui il Verbo di Dio ha operato la redenzione. Indelebile è rimasta in lui la giornata dell’incoronazione del simulacro del Rimedio avvenuta nel 1952.

Fraternità col presbiterio. Il Bonu, inoltre, coltivava una profonda fraternità col presbiterio della diocesi e in pari tempo godeva della stima dei suoi confratelli, i quali vedevano rispecchiate in lui le virtù sacerdotali. Sempre il Cossu, che lo conobbe nel seminario arborense dal novembre 1947 sino al giorno della sua dipartita, così testimonia: “Ho imparato da lui molti valori: l’amore allo studio, lo spirito di servizio, il rispetto verso le persone, il senso del dovere, la venerazione della santa Chiesa, la pronta obbedienza ai superiori, la delicatezza del tratto, la cura della dignità del sacerdote in quanto persona consacrata dalla quale la Chiesa poteva riscuotere onore o disonore”. Grande inoltre risulta la stima del viceparroco Floris nei confronti del Bonu. Nonostante la notevole differenza di età, il giovane parroco Raimondo seppe costruire con lui un rapporto di autentica fraternità sacerdotale.

“Attraverso l’attività culturale si conquistano i cuori”. Il suo impegno nel campo edilizio (costruzione di case canoniche, chiesa parrocchiale di Tonara e asilo di Gadoni) ci rivela un Bonu solo in apparenza costruttore di edifici materiali. Infatti, le suddette opere rivelano con la forza dei fatti quanto invece egli avesse a cuore anzitutto l’edificio spirituale, per cui, mentre insegnava le cose di Dio, non dimenticava di mettersi al banco dei discepoli. Per cogliere in pieno questa affermazione, è sufficiente riflettere su quanto egli scriveva nel 1961: “Dal 1919 al 1929 sentii un insostituibile desiderio di bontà, una profonda aspirazione di giustizia, una decisa volontà di opposizione a ogni forma di violenza o di prepotenza. [...] Ritengo superfluo rilevare che formazione spirituale e retta coscienza mi hanno guidato sempre al rispetto delle leggi e al dovere di inculcare la loro osservanza anche agli altri”;

A Tonara, nel 1922, con grande spirito di fraternità sacerdotale dà inizio e conclude il restauro della casa destinata ai suoi due viceparroci e, cinque anni più tardi, si dà da fare per la casa di Dio così da provvedere un nuovo tempio nel quale la comunità può crescere nella fede e nella carità mentre si raduna per dar lode al suo Signore. Nel 1929, all’atto di presentare alla comunità la parrocchiale rimessa a nuovo, la definisce “un’opera di fede e di volontà”. Una sintesi che manifesta anzitutto la motivazione soprannaturale e in secondo luogo l’impegno del giovane parroco Bonu nel portare a compimento “un’autentica impresa in tempi in cui occorreva saper coinvolgere il popolo, non potendo sperare in finanziamenti pubblici". La fede lo ha spinto a credere superabile ogni fatica e a trovare modi e parole per coinvolgere il popolo di Dio presente in Tonara nell’attuare quanto l’umana ragione da sola avrebbe sconsigliato non una ma mille volte. Raimondo, invece, ha creduto e si è fidato e affidato alla Provvidenza.

Oltre a nutrire lo spirito, il Bonu si adopera nella sistemazione della biblioteca parrocchiale, così da offrire ai suoi parrocchiani, specialmente ragazzi e giovani, la possibilità di studiare. Anche quest’aspetto ci permette di cogliere recondite motivazioni spirituali. Egli, infatti, era fermamente convinto che “attraverso l’attività culturale si conquistano i cuori; e questo, per un sacerdote, è tutto”. Rifuggiva, se non aborriva, l’imposizione dei principi religiosi che sapesse di “obbedienza forzata del debole o sottomissione volubile dell’ignorante”, in quanto consapevole che la devozione si sarebbe ridotta “a pochi atti di culto esteriore”.

Anche nel suo darsi da fare per edificare l’asilo, progetto andato a monte a Tonara, e, invece, realizzatosi a Gadoni, si scorgono motivazioni che rivelano come il Bonu abbia a cuore che i piccoli vengano “curati spiritualmente” grazie all’azione svolta dalle religiose.

Pertanto non è azzardato affermare come le strutture da lui poste in essere abbiano aiutato i suoi parrocchiani a maturare nel duplice comandamento dell’amore verso Dio e verso i fratelli. Con sapienza Raimondo ha saputo offrire loro i luoghi dove è possibile crescere in sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Tensione verso la santità. Nel suo lavoro di studioso non è mancata l’attenzione verso quelle figure insigni di uomini e di donne che hanno raggiunto la meta della santità e godono la venerazione del popolo sardo. Diversi i suoi contributi a riguardo: a partire dall’opuscolo su Santa Marta, patrona di Gadoni, edito nel 1945, per continuare con la collaborazione nella prestigiosa collana “Bibliotheca Sanctorum”, sino a “E a dir di Sardegna”, in cui, nel capitolo IV intitolato “Appunti di agiografia sarda”, passa in rassegna un gran numero di santi. Questa ricerca di critica storica e agiografica rivela, da un lato, l’indiscussa competenza culturale del Bonu e, dall’altro, evidenzia quella sensibilità spirituale tipica del suo essere sacerdote. Di continuo egli invita i lettori e le sue comunità ad una “devozione (...) che non è atto di convenienza né di tradizione evanescente, ma opera d’educazione religiosa e d’elevazione morale”. Lo studioso ortuerese, dunque, presenta il fior fiore della Sardegna santificata dalla grazia del Vangelo affinché tutti, e lui per primo, perseguano con tutte le forze lo stesso traguardo.

“Lascio l’anima mia al Signore Onnipotente...”. “Si spense colmo di meriti il 30 marzo 1981 nel silenzio della sua modestia, nella casa che era stata del fratello sacerdote prof. Antonio, da lui amato e venerato come un autentico maestro di vita per la sterminata cultura, l’integrità dei costumi, la passione per l’insegnamento e l’amore per i poveri”. Nel testamento, scritto appena quaranta giorni prima della sua morte, il 20 febbraio 1981, e lasciato alla nipote Maria Teresa Cabiddu, il Bonu sintetizza così le sue ultime volontà:

Anche dalle sue ultime volontà traspare la figura del Bonu delineata finora: uomo di Dio che ha coscienza di aver ricevuto beni eterni (anima e vocazione sacerdotale); studioso che ha messo in circolazione i talenti (doti culturali) e li ha saputi far fruttificare (pubblicazioni); persona generosa che non ha mai pensato ad accumulare per sé (nullatenente), ma ha sempre donato con generosità tempo, denari e consigli durante tutte le stagioni della sua vita; uomo giusto che non dimentica chi lo ha assistito sino alla fine del suo pellegrinaggio terreno; uomo fragile e peccatore che ha consapevolezza dei suoi limiti e della debolezza umana e pertanto chiede preghiere e suffragi; credente che attende insieme ai giusti la risurrezione e desidera in chi lo ricorda non atti esteriori (fiori e lutti), che nulla contano dinanzi a Dio, bensì gesti concreti di carità verso i fratelli.

E se quelle furono le sue ultime volontà, nell’epitaffio funebre, che egli stesso coniò diversi anni prima, si trova riassunta in appena sei parole l’intera sua esistenza.

Così il Bonu desidera essere ricordato da chi si reca in visita nel cimitero del paese natale di Ortueri, affinché i posteri ne facciano memoria nella triplice veste di sacerdote, insegnante, scrittore che ha consacrato la sua intera esistenza all’annuncio della Parola e alla trasmissione del sapere attraverso l’opera e gli scritti. La sua esistenza l’ha concepita e vissuta nella logica evangelica del servizio fedele alla Chiesa in quanto ministro di Dio, alla scuola in qualità di docente, alla Sardegna attraverso la ricerca e le pubblicazioni. La sua è stata, pertanto, una fede incarnata nella storia del XX secolo e nello spazio di quest’isola di Sardegna, da lui profondamente amata e studiata per narrarne le vicissitudini storiche e per strappare dall’oblio quei personaggi, ora insigni ora semplici, che lungo i secoli hanno contribuito con il loro ingegno e la loro santità a renderla migliore.

Il suo servizio è stato non solo “atto di carità (...) verso la cultura”, ma pure atto “di bontà alla famiglia umana”. Egli non cessa anche ora d’implorare dai fratelli la carità di una preghiera e di un’opera di bene affinché la sua anima contempli la sapienza infinita di Dio. Il Signore del resto gli ha elargito tanti benefici meritevoli di essere riconosciuti e tramandati con amore alle nuove generazioni.

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