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Significato della maschera

Prefazione

Prima di iniziare la trattazione è necessario premettere che il carnevale “nasce come festa propiziatoria della fertilità e dell’abbondanza delle messi”[1]. È proprio in tale contesto che dobbiamo inquadrare Su Bundhu (Su Bundu) in quanto maschera carnevalesca del paese di Orani.

Significato della maschera de Su Bundhu (Su Bundu)

Su Bundhu (Su Bundu) è una maschera rappresentante la forza vitale, che porta in seno tre soggetti accomunati dal ruolo di fecondatori o portatori del seme necessario alla continuazione della vita terrena. I tre soggetti sono: il vento a raffigurare il fecondatore del mondo vegetale; il bove a raffigurare il fecondatore del mondo animale; l’uomo in quanto portatore del seme umano.
Madre Natura, nella sue componenti femminine, è la ricettrice delle offerte propiziate dai tre portatori. A lei spetterà il compito di accettare i semi, infonderne il soffio vitale e cullarli entro il proprio ventre cavernoso.

L'uomo

Elemento importante nella triade, non solo in quanto portatore del seme umano, ma pure in quanto artefice della propria evoluzione e custode della conoscenza. L’uomo assume qui il compito di veicolo, attraverso cui quella conoscenza viene offerta alla Madre Terra onde riceverne in cambio i favori che gli garantiscono la prosperità.

Il bue

Animale assai rappresentativo della cultura agro-pastorale in genere e quindi anche di quella sarda, la figura del bue era di fondamentale importanza: grazie alla sua forza, facilmente addomesticabile, era di grande aiuto nella coltivazione della terra e nel trasporto dei beni come animale da traino. I suoi escrementi fungevano da fertilizzante; le sue carni garantivano in parte l’approvvigionamento di cibo; le pelli e le ossa venivano utilizzate per produrre vesti ed oggetti di uso quotidiano.
Si capisce quindi perché nella maschera de Su Bundhu (Su Bundu), sia stato scelto il bue per rappresentare il portatore del seme del regno animale. "Bisogna osservare che il bue è l’animale autoctono confuso, fin dalle origini, con la vita e con la sorte dell’uomo; e con questo si spiega il suo estremo rilievo nella mitologia barbaricina e sarda"[2].

Il vento

Per ultimo abbiamo lasciato il più importante degli elementi della triade, il vento, che nella maschera de Su Bundhu (Su Bundu) è rappresentato dal nome stesso. Come vedremo fra breve, con il termine Bundhu (Bundu) non si indica solamente il vento in quanto elemento aereo, ma in forma più estesa una entità che infonde vigore, forza vitale. Un’entità che può essere pure associata al concetto di ànima: termine derivante dalla forma femminina del greco ànemos che significa vento e rappresenta la “vitalità primordiale”.

Per supportare quanto appena asserito utilizziamo un metodo semplice ed efficace suggerito da Ernst Cassirer , secondo il quale: “Ogni conoscenza teoretica prende il suo avvio da un mondo già formatto mediante il linguaggio”[3]. Procederemo pertanto nell’analizzare alcuni modi di dire e parole del linguaggio sardo in cui il termine Bundhu (Bundu) compare esplicitamente, come prefisso o come suffisso di altri vocaboli.

I) Quando il vento soffia forte si usa dire:“parete ki v’ata bundhos a giru” – Sembra che in giro ci siano Bundhos (Bundos).
Con questa espressione si vuole indicare che l’aria è mossa da una grande forza vitale, da cui l’uso del rafforzativo plurale.
Una trasfigurazione di questo pensiero ha portato il diffondersi dell’idea secondo cui il vento forte potesse essere mosso da anime cattive. Vista l’importanza del vento nella percezione stessa della vita, è da escludersi che potesse essere associato ad effetti negativi. E’ invece lecito pensare che una tale re-interpretazione sia frutto dell’influenza religiosa, nel tentativo di demonizzare tutto ciò che fosse legato al pensiero pagano. (vedi Demonizzazione de Su Bundhu)
Una variante di tale detto recita: “parete ki vi siana tottu sos Bundhos a giru”: sembra che ci siano tutti i Bundhos (Bundos) in giro. In tal caso il pensiero volge a riempire l’aria delle anime tutte e che tutte insieme muovono il forte vento.

II)“Hapat sa bundha de su mare”: che abbia l’abbondanza del mare.
Un augurio questo che prospetta al beneficiario una forza tale a quella del mare e una prosperità tanto immensa quanto sono colme le sue acque.

III)“Ocannu bundhana sas fruttures e su laore”: quest’anno abbondano i frutti ed il frumento.

IV)“S’abba bundhat dae sa untana”: l’acqua sgorga copiosa dalla fontana.

V)“Su ruvu at a bundhire kene ispina”: il rovo crescerà (germoglierà, darà frutti) senza spine.
In questa espressione metaforica viene evidenziato uno sviluppo vitale in cui si verifica l’alterazione del corso naturale degli eventi. L’anomalia è sottolineata dall’impiego del verbo “bundhire” per indicare l’atto della crescita. In dialetto oranese il corrispondente del verbo crescere è “creskere”.

Già in queste poche frasi prese ad esempio possiamo notare come il termine Bundhu (Bundu) venga associato ai concetti di forza, abbondanza, nascita e prosperosità. Ma più di tutto si percepisce come tali concetti acquistino maggiore impulso in quanto generati da una vitalità primordiale.

Continuiamo la trattazione con l’analisi etimologica di alcune parole, assumendo come valida l’associazione “Bundhu (Bundu) → ànima”, in funzione di quanto detto in precedenza.

VI)“Vagabundhu”:vagabondo - composto di VAGUS: errante - e BUNDHU (Bundu): anima, ovvero anima errante.

VI)“Moribundhu”:moribondo - composto di MORI: morire - e BUNDHU (Bundu): anima, ovvero anima morente.

VI)“Furibundhu”:furibondo - viene da FURERE: essere infuriato - e BUNDHU (Bundu): anima, ovvero anima furente.

In questi casi osserviamo che il suffisso Bundhu (Bundu) viene utilizzato per indicare un determinato stato d’animo.

Possiamo aggiungere che, vista la sua polivalenza, la parola Bundhu (Bundu) potrebbe essere adatta a rappresentare quel concetto globalmente diffuso di Anima Mundi (Anima del mondo) inteso ad indicare la vitalità della natura nella sua totalità, assimilata in un’unica entità globale. Riteniamo comunque inappropriato estendere tale concetto alla maschera de Su Bundhu (Su Bundu) in quanto porterebbe a delle implicazioni ipotetiche che sin dal principio di questa trattazione sono state considerate fuorvianti.

Argomentazione

Il processo propedeutico a tale trattazione ha tenuto conto di varie fonti provenienti da libri, pubblicazioni e testimonianze più o meno attendibili, riguardo al tema del carnevale in Sardegna. In ultima analisi ne è derivato che i vari punti di vista esposti sono essenzialmente delle ipotesi, sulla cui fondatezza non spetta noi giudicare, ma sulle quali non sarebbe adeguato porvi fondamenta, in quanto il risultato sarebbe esso stesso ipotetico.

Abbiamo quindi deciso di procedere per altra direzione, seguendo elementi rivelatori che fossero nel contempo semplici ed inconfutabili. Per ultimo abbiamo elaborato una tesi che si mantiene sulla stessa linea semplicistica e che riamane aperta a successive ed eventuali rivalutazioni.

Fino ad ora abbiamo individuato il significato della maschera de Su Bundhu (Su Bundu) definendo metodicamente gli elementi che la caratterizzano. A questo punto è opportuno supportare la tesi esposta con argomentazioni utili a comprendere quali potrebbero essere stati gli stimoli che hanno dato origine a questa figura ritualistica.

Partendo dal contesto antropologico in cui i riti propiziatori trovano la loro origine e mantenendo la linea dell’analisi semplificata che riduce il campo ipotetico, si può senz’altro affermare che l’Homo è strettamente legato ai cicli naturali, fondamentalmente individuabili negli atti di nascita, vita e morte. Tutto ciò che influenza il comportamento umano (e non solo) si sviluppa in funzione di queste tre frazioni cicliche. La consapevolezza di tali implicazioni è alla base della conoscenza, in quanto stimolo primario alla ricerca e comprensione dei segreti della natura. Ne deriva che l’Homo, una volta acquisita tale consapevolezza, ha sviluppato gli strumenti necessari alla divulgazione, all’applicazione e all’accrescimento delle conoscenze. E’ proprio in tale ambito che possono essere individuati i riti propiziatori, ovvero come conseguenza dei comportamenti atti ad affermare e divulgare l’importanza e l’influenza degli elementi naturali.

Ammesso che da un atteggiamento rituale continuativo si giunga alla determinazione di un culto e che i culti si manifestano attraverso i simbolismi, possiamo citare un’affermazione di Mamolina Marconi, secondo la quale: “Come ogni altro ornamento sacro, la maschera assieme al gesto e alla parola rende attuale per forza magica un fatto di tempi lontani, magari delle origini”[4].

Ecco quindi che questi fatti originari li possiamo rintracciare nelle attività principali che hanno garantito all’Homo la sopravvivenza. In età paleolitica queste sono: la caccia e la raccolta di vegetali eduli e medicamentosi. Le conoscenze acquisite da tali attività hanno consentito l’evoluzione, in età neolitica, per passare dalla fase di sfruttamento del cibo tramite caccia e raccolta, a quello di produzione del cibo tramite allevamento e agricoltura.

In questo passaggio evolutivo possiamo individuare il profilo di una società basata fondamentalmente sulle attività di agricoltura e allevamento, rese possibili dalla conoscenza dei segreti di Madre Natura. Un aspetto antropologico che ritroviamo quasi intatto nell’attuale società sarda che, nonostante l’evoluzione industriale e tecnologica, rimane prevalentemente di carattere agro-pastorale.
E’ proprio in tale contesto che ritroviamo i tre elementi rappresentati nella maschera de Su Bundhu (Su Bundu) e da cui abbiamo preso spunto per formulare le definizioni esposte in precedenza.

Il culto dei morti

Il culto dei morti è una fenomenologia che si verifica in tutte le parti del mondo, con similitudini che potrebbero apparire sorprendenti se rapportate alle forti differenze che distinguono le culture in cui si manifestano. La sorpresa viene meno se si fa riferimento alla morte in quanto una delle frazioni cicliche fondamentali di cui abbiamo accennato in precedenza.

Con un approccio puramente pratico dovremmo giungere ad identificare la morte semplicemente come la conclusione del ciclo vitale, invece, immancabilmente, sviluppiamo quelle speculazioni che ci consentono di prolungare l’atto conclusivo e trasformarlo in frazione ciclica. Cicliche sono infatti le manifestazioni rituali che ripercorrono l’atto della morte, quelle che richiamano le anime dei nostri avi alla nostra presenza, quelle che proclamano i loro nomi e le loro gesta per legarli indissolubilmente al nostro tempo e consolidare la nostra esistenza.

“Teatro sacro, voluto dalla convinzione del legame esistente tra i vivi, i frutti della terra e i morti, che li sotto hanno preso dimora”.[5]

Questa citazione di Mamolina Marconi esprime in breve causa ed effetto di quelle speculazioni che danno origine ai riti di culto e nella quale possiamo individuare forti attinenze con il significato della maschera de Su Bundhu.
Redatore: Antonello Masini

Note bibliografiche

1 M. Marconi, Preludio alla storia delle religioni, Jaca Book 2004, p.70
2 R. Marchi, Atti del convegno degli studi religiosi sardi, Cedam 1963, p.293
3 E. Cassirer, Linguaggio e mito, Il saggiatore, Milano 1976, p.54
4 M. Marconi, Preludio alla storia delle religioni, Jaca Book 2004, p.72
5 M. Marconi, Preludio alla storia delle religioni, Jaca Book 2004, p.71
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